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L’Invasione dei cloni


(di Cristina del Río)

Non è mai stato così facile diventare una fashion blogger o una connoiseur del mondo della moda. Basta girare per i negozi Zara per riconoscere i must have della prossima stagione. Zara? Si, Zara. Niente è più efficace e vi posso assicurare che non sbaglierete mai.

L’Invasione dei cloni

Fuente: öomyht

Passeggiare nei negozi Zara o H&M significa avere davanti gli occhi una selezione dei disegni di moda che gli stilisti di queste grandi catene hanno selezionato dalle sfilate delle più importanti griffe durante i fashion show di Parigi, Londra, Milano o New York. Copiare non è mica facile. Bisogna sapere cosa copiare, a chi copiare e riconoscere le tendenze attraverso l’osservazione delle forme e dei disegni che tutti gli stilisti ripetono nelle loro sfilate.

Ci sono addiritura le maison preferite di ogni retailer. Zara, ad esempio, preferisce Balmain e Isabel Marant, mentre Mango cerca l’ispirazcione in  Diane Von Furstenberg. Lo stilista spagnolo Lorenzo Caprile dice che ognuno è libero di ispirarsi in quello che vuole e ritiene che nell’attualità tutto è già inventato, quindi gli stilisti come loro fanno un “copy-paste” delle tendenze di altri tempi.

A questo punto, mi chiedo perchè gli opinion leader continuano ad indignarsi quando vedono da Massimo Dutti il “Phantom” di Céline per 80€. A questo punto la domanda è: c’è qualche meccanismo legale per evitare queste “ispirazioni” costanti dei fashion retailers nei disegni delle maisons? La risposta è si e no.

La legge prevede certi meccanismi per proteggere i disegni industriali attraverso diversi diritti. Nonostante ciò, la realtà è un’altra. I requisiti legali di novità e carattere individuale richiesti per proteggere le creazioni di moda sono difficili da raggiungere nel mercato attuale dove, come diceva Caprile, è difficile non ispirarsi in creazioni anteriori. Per di più, la moda è volatile, cambia costantemente e quindi l’alternativa del registro delle collezioni, a parte essere cara, non conviene per una questione di tempo intrinseca al settore moda. Infine, la normativa comunitaria sul disegno non registrato protegge l’autore del disegno solo dalle copie esatte, essendo molto difficile e costoso diffendere la titolarità del disegno stesso.

La mia domanda è: davanti a questa situazione legale attuale, perchè le aziende di moda non hanno ancora reivindicato un sistema legale che protegga adeguadamente le loro creazioni? La risposta si trova nel “paradosso della pirateria”. La moda ha successo nel mercato grazie al rapido turnover, in modo che i consumatori si stancano facilmente di un modello e passano velocemente al prossimo. A cosa si deve questa stanchezza?  I grandi “colpevoli” sono le firme di fast fashion che, a causa della loro “ispirazione” nei modelli delle griffe, affollano il mercato con gli stessi prodotti e causano la cosiddetta obsolescenza indotta. In questo contesto, le it girl come Chiara Ferragni o Olivia Palermo osservano come lo stesso wrap dress di Balmain che indossano negli eventi più esclusivi della città venga infilato dalle ragazzine in discoteca, e quindi corrono terrorizzate nelle boutique alla ricerca di qualcosa di esclusivo per differenziarsi dalla “massa”.

Sarà per quello che Coco Chanel non si preoccupava che le persone la copiassero. Per Louis Vuitton la copia è utile, in quanto serve a misuare il successo delle proprie borse in base alle vendite sulla Canal Street a New York.

A favore o contro il paradosso, la realtà è che copiare è diventato una cosa abituale ed accettata nel mondo della moda, fino al punto che i giornali dedicano copertine e pagine intere a “L’ABC del low cost”, paragonando i nuovi capi in passarella a quelli che possiamo trovare nei negozi di mass market.

Il mio consiglio: approffitatene di questa liberalizazione prima che sia troppo tardi e i politici impazziscano nella redazione di leggi contro le copie o ispirazioni. Stilisti, state pure tranquilli che coloro che vogliano avere il vero capo, ce l’avranno lo stesso!

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